20 Lug L’Odissea di Nolan
Ossia l’intimo senso di colpa per la morte della Civiltà
L’Odissea di Cristopher Nolan è un’interpretazione grandiosa di un’opera grandiosa.
Da Classico con la C maiuscola, l’Odissea è una storia senza età, capace di parlare agli uomini di ogni tempo. E a ciascuno racconta qualcosa di diverso.
A Nolan ha parlato di fine della Storia, di cicli di Civiltà che si chiudono e di sensi di colpa.
Sensi di colpa di Ulisse per aver servito ciecamente un potere (rappresentato da Agamennone in un’armatura degna di Batman) senza volto, oscuro e ineffabile, che ha sfruttato il casus belli del ratto di Elena per interesse economico e ha scatenato una guerra fatale.
Solo alla fine, Ulisse si renderà conto dei danni irreparabili generati dalla sua obbedienza incondizionata al suo “signore”, davanti al quale si inginocchia finanche nella scena (magistralmente riletta) della discesa negli Inferi.
Ulisse, infatti, “veterano della guerra di Troia” (quasi fosse il Vietnam), nel recuperare gradualmente i suoi ricordi e la sua coscienza realizza la sua responsabilità nella Storia: il tributo in vite sacrificate per la vittoria non ha condotto ad altro che a rovine. Materiali e morali.
Permettendo ai Greci di entrare a Troia con lo stratagemma del cavallo, Ulisse ha avviato un processo di cui ha perso il controllo. Mai avrebbe voluto assistere a sacrilegi (come la decapitazione della statua di Atena) o a massacri di innocenti, mai avrebbe voluto vedere infranta la “legge di Zeus”, appresa da suo padre. Legge di Zeus che significa ospitalità per lo straniero, compassione per il prossimo e rispetto per gli dèi.
E, allora, questo è il punto centrale della storia: senza volerlo, Ulisse capisce di aver contribuito a distruggere ciò in cui ha sempre creduto. La caduta di Troia innesca la caduta di una Civiltà, preconizzata dai discorsi sull’avvento dei “popoli del mare”, barbari pronti a distruggere il modo di vivere dell’età achea; che, infranta una volta per tutte la legge di Zeus, smette di esistere e attende la fine.
Insomma, Nolan vuole farci dire da Omero che siamo alla fine di un ciclo, che abbiamo perso i valori fondanti della nostra Civiltà e che la catastrofe si avvicina perché siamo noi ad averla innescata. Vuole spingerci a riflettere sulla perdita di senso del nostro vivere comune.
E lo fa servendosi di un magistrale Matt Damon barbuto, di una sopraffina Anne Hathaway (che è Penelope, proprio come l’avevamo sempre immaginata), di un ottimo Tom Holland e di un cast che, al netto di un forse non brillantissimo Robert Pattinson, contribuisce pienamente all’efficacia della narrazione, stimolata da un’eterea Charlize Theron, nei panni di Calypso.
L’atmosfera è umana, ma onirica, quasi un sogno in preda alle allucinazioni, in cui l’epica tradizionale lascia spazio alla tragedia umana. Meno dèi, più antropologia; meno hybris, più miserie umane. Il tutto condito dalla colonna sonora mozzafiato di Ludwig Göransson, capace di unire sonorità che evocano la Grecia dell’età del bronzo al mondo moderno.
Un mondo dove anche l’epica è meno sovrannaturale, ma incentrata sulla riflessione introspettiva. In cui il viaggio è più che altro un percorso interiore per fare pace con le nostre colpe.
L’Odissea di Nolan è un viaggio di un uomo in crisi che cerca di ritrovare se stesso attraversando una dimensione lunare, piuttosto che l’avventura solare di un eroe curioso e ottimista che cerca di riguadagnare la sua Patria.
Non è l’Odissea omerica, è l’Odissea dei nostri tempi.
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